MILANO - In pochi se l'aspettavano, ma è uno di quegli eventi che appaiono logici solo dopo. Lunedì sera Simon Johnson, capoeconomista del Fondo monetario Internazionale, ha fatto sapere che tornerà all'università dopo appena un anno a Washington.
Due giorni prima 13 Paesi asiatici avevano mosso un altro passo verso un divorzio di fatto dall'Fmi, annunciando una riserva autonoma di liquidità da 80 miliardi. Due settimane prima invece Johnson aveva toccato nervi scoperti per il governo di Roma, con previsioni di crescita riscritte drasticamente al ribasso. Miseria e nobiltà, il potere del Fondo di imbarazzare e il rischio che corre di divenire irrilevante nella globalizzazione, convivono da prima che Dominique Strauss-Kahn ne prendesse la guida sei mesi fa.
Sconfitto alle primarie socialiste per l'Eliseo, il francese fu spinto all'Fmi da Nicolas Sarkozy(?) che in lui vede un potenziale rivale da tenere a distanza. Ma Strauss-Kahn non da segni di prendere Washington per un confine delle sue ambizioni. Le dimissioni di Johnson ne hanno dato l'ultimo segno: un'ora dopo quell'annuncio, il profilo del probabile nuovo direttore del Dipartimento ricerca appariva già ben definito. «Mi è stato chiesto se sia interessato a fare domanda per quel posto e ho risposto che potrei esserlo», notava già lunedì sera Olivier Blanchard. Di per sé è una novità: francese ma dall'82 al dipartimento di economia del Massachusetts Institute of Technology. Blan chard ha ricevuto negli anni veri inviti a trasferirsi all'Fmi. Aveva sempre declinato.
Ora invece Strauss-Kahn sembra averlo convinto a candidarsi a quel ruolo da sempre riservato a un economista di un'università Usa. C'entra che i due condividono il passaporto e molte convinzioni; nel '97-'98 ministro dell'Economia socialista Strauss-Kahn, consi derato la bandiera dell'ala riformatrice; membro del Consiglio d'analisi economica di Matignon a partire proprio da quegli anni Blanchard, tuttora commentatore per il quotidiano gauchiste «Libération». Se la sua nomina passasse, facile dunque prevedere conseguenze. NelI'Fmi si creerebbe l'intrigante coabitazione di un direttore generale e di un capoec o nomista venuti dalla sinistra francese con un vicedirettore generale americano e visceralmente repubblicano come John Lipsky.
Ma più rilevanti sono le scelte di merito. Blanchard ad esempio non apprezza la scarsa disposizione degli europei al lavoro e ne dimostra le conseguenze nefaste sul potere d'acquisto. Né ha remore nel denunciare la «frattura sociale fra chi ha il posto fìsso e gli altri», i giovani a tempo determinato: ma lo fa per proporre un contratto unico che dia «più protezione via via che un dipendente resta in azienda». Anche sui salari taglia corto: «Non è di sinistra pensare che l'aumento del salario minimo non abbia impatti negativi sull'occupazione». Se una semplice stima rivista al ribasso da Johnson può infastidire un governo in Europa, l'Fmi alla francese di Strauss-Kahn e Blanchard non ha finito di far parlare di sé.



